Il Futuro dietro l’angolo

Autore:  hakai

Ormai lontani dall’inizio, siamo cosi’ distanti dalla fine.

Fuori,proprio davanti alla nostra porta d’ingresso, guardo giu’ e le dita dei miei piedi scalzi assaggiano la superficie ruvida del primo gradino.
Faccio un passo in avanti e scendo e penso che.
La notte qui e’ migliore che dalla finestra della mia stanza, con la luna che a tratti scompare offuscandosi dietro alle tante nuvole bluastre di passaggio e la strada deserta ed il terzo lampione all’angolo che funziona intermittente tra fruscii di scariche elettriche.
Un altro passo e girandomi subito a sinistra proseguo lungo il marciapiede leggermente sconnesso che circonda questa vecchia casa e la sua umidita’ capillare.
Fa freddo e, saranno le seicentotredicipuntocinque linee di febbre accertate dal nuovo termometro ad alto voltaggio di Cecil, sara’ che ho un debole per le personificazioni metafisiche e naturali, mi sembra proprio che lo strano alito di Vento che sento addosso,mi schiacci in basso, come un peso sulla testa,come un chiaro invito a rientrarmene in casa.
Sara’ perche’ la lunga camicia da notte bianca che indosso ha un qualcosa di vagamente vintage e decisamente fuori luogo, se non fosse per i due orsetti rosa, ricamati e sorridenti, che passeggiano zampa nella zampa lungo l’argine fiorito del fiume che, placido, scorre proprio sul mio petto.
Iwa me l’ha regalato questo camicione,l’altro ieri.
Le ricorda un momento, cosi’ ha detto, e devo metterlo.
Devi metterlo,ha strillato.
Come vuoi.

La facciata della nostra casa illuminata dall’azzurro della luna ricorda il viso di una di quelle nonne viste al supermercato o al negozio di vestiti usati vicino al capolinea della linea tramviaria:
l’intonaco pallido scrostato, gli infissi marci e cariati, i vasi appesi sotto ai davanzali coi fiori stinti e i vetri rotti alle finestre come lacrime.
Cose presenti insomma, che fanno pensare a cose passate intendo.

Svolto l’angolo cercando un pezzetto di Futuro.
Scatto.
La mia ombra stroboscopica.
Scatto.
L’illusione di movimento.
Scatto.
Prima un piede poi.
Scatto.
Prima un piede poi.
Scatto.
Scivolando sotto questa notte ho la breve illusione di poter vedere tutto chiaramente, di poter distinguere tra due tipi di persone, chi sa vivere e chi no, chi ha abbastanza certezze su cui fondare il proprio castello di fango e chi invece e’ incompleto, inaffidabile, non adatto a respirare.
Anche nell’altro caso ne uscirei sconfitto.
In qualunque modo sono solo un altro perdente.
Superbia dell’ego e presunta specialita’,metastasi della nostra societa’ senza speranze.
Ma forse quello che e’ stato finora ha senso solo se immagini un posto sufficientemente lontano,in alto, sullo zenit corrispondente a questo tetto, a questo tassello bucato nel mezzo di un quartiere periferico, nel puzzle incompleto di citta’ e nuvole, abbastanza in alto da poter osservare giu’ e capirci qualcosa.
E’ tutta una questione di altitudine, la mia passeggiata stroboscopica, i lampi azzurri che fuoriescono dal seminterrato dove Cecil sta saldando assieme i pezzi della sua armatura medioevale per l’imminente visita all’ufficio imposte del Comune.

Svolto l’angolo cercando una traccia di Futuro.
Ancora lastre sconnesse su cui camminare e l’orticello di Iwa sulla destra.
Il piccolo pezzetto di terra di qualche metroquadrato ha l’aspetto di un comune orto dietro ad una qualunque casa decadente durante il periodo invernale:
una piccola serra per le piantine piu’ delicate, un sentierino centrale che lo divide in due settori,alcuni bastoncini infilati nel terreno come limitatori delle future file di ortaggi, una bambola di pezza senza un occhio, una videocassetta scassata,quattro o cinque cd da collezione, un paio di scarpe senza lacci, tre foto in fiamme, un quadro ad olio, altri oggetti piovuti dall’alto.
In effetti la pioggia domestica sta continuando.
Un’ oca di porcellana, un trofeo di ginnastica artistica,la copertina di un libro, un casco nero senza visiera, un vecchio personal a 8-bit, un pattino, lo schienale di una sedia a dondolo, un libro senza copertina, ancora frantumi di vetro e vestiti.
Alzo lo sguardo oltre le finestre del primo e del secondo piano, in alto, fino al piccolo trapezio giallastro poco sotto al tetto.
Sento solo alcune parole indistinte e il tonfo dei ricordi di Iwa scagliati in volo notturno dalla nostra soffitta.
Cadono a terra,tra file invisibili di ortaggi invisibili e profumati.
Mi ricorda quella che indossavo io da piccola.
Ha detto Iwa, regalandomi questa pallida camiciona da notte qualche giorno fa.
Era gia’ in vena di ricordi probabilmente.
Ricordi di braccia che ti stringono, di sorrisi e sicurezze.
Ricordi sereni insomma,di quelli che causano tristezza e rabbia intendo.

Svolto l’angolo e finalmente vedo il Futuro.
E’ steso immobile lungo il marciapiede sgretolato.
Un tappeto rosso da calpestare.
Una Casa che non funziona.
Una Casa completamente da ricostruire.
La luna e’ sparita e la Notte e’ ovunque.
Si puo’ solo avanzare.
Si puo’ solo aspettare.
Svolto l’angolo e non so accettare il mio Futuro.
Ma tutto e’ nero e posso solo.
Camminare ancora, coi piedi congelati e la testa appesantita.
Svoltare un altro angolo e cercare qualcosa.
Non posso piu’ fermarmi per notare che.

Il Vento di questa Notte sospinge questo pianeta vuoto avanti,sotto un cielo improvvisamente carico di piogge, avanti nella Notte e lontano, fin dove le cose si bloccano e si rompono,fin dove le cose vengono dimenticate e distrutte.
Un fantasma, un genio pazzo, un’isterica con gravi crisi d’ansia.
Proprio come tre orsetti rosa camminiamo lungo il nostro fiume fiorito.
Ormai lontani dall’inizio,siamo cosi’ distanti dalla fine.
Ormai lontani dall’inizio,forse non la vedremo mai la fine.
Ma io cercavo solo un po’ di quel Futuro.
Quello che non e’ mai cominciato,quello che forse non comincera’ mai.

{Badnews del 31/12/2002}

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