Un pomeriggio qualunque in un policlinico qualunque in una città qualunque 2 (come nelle migliori tradizioni)
Autore: psiche
Ieri noi “cartellini rossi” frequentatori del posto infame giugemmo intorno all’ora seconda dopo il mezzodì. Il magnifico prof era rinchiuso nella sua stanzetta e confabulava coi seguaci. I figli / nipoti / badanti erano già pronti a massacrarci di quesiti. Noi ci siamo provvidamente rinchiuse nella stanzetta del medico di turno e ci siamo rotolate un pò sul lettino del malcapitato nutrendoci di qualche vecchia cartella clinica che giaceva sulle scrivanie da settimane, fogli che parlano di gente che è stata dimessa da settimane e che forse è già pure passata per le paludi dello Stige.
Dopodichè a pomeriggio inoltrato ecco che improvvisamente sparire i medici, rimane una specializzanda (i camici bianchi non pagati e non assunti che fanno tutti i turni e sono oltre il 60% della forza lavoro degli ospedali italiani) e una dottoressina bionda molto dolce che dopo 6 ore in pronto soccorso parlava lentamente e aveva gli occhi languidi di sonno e fatica.
E rimaniamo noi, gli studenti, croce e delizia del tempio della salute.
Ci appioppano un paziente col quale non sappiamo letteralmente da che parte cominciare, è difficile passare dalle righe di un libro a un corpo vivo (per ora) e sofferente. Bisogna fare l’anamnesi, compilare la cartella clinica, scrivere i fogli dell’accettazione, fare un elettrocardiogramma, uno “stick urine”, visitare il suo corpo come faceva il vecchio medico di famiglia, spogliarlo e esaminarlo.
Sappiamo cosa, ci manca il come farlo.
Alla fine ci arrabattiamo.
E in due ore veniamo a capo del signor Mario, che ha per la cronaca una pancreatite acuta e che viene da tre giorni passati in una barella nel pronto soccorso prima che fosse libero quel letto per lui… Tre giorni in cui ormai lo hanno curato e guarito praticamente.
La cosa particolare di questo posto è che le malattie sono tutte urgenti e una volta passata la fase acuta le persone vengono rimandate a casa. Questo mi da da pensare.
Forse non serve a niente dare farmaci a kili a persone di 91 anni con parkinson, scompenso cardiaco, insufficienza renale, deficit mentali e respiratori, infezioni delle più strane per fargli passare la crisi e rimandarli nei letti delle loro case.
Forse.
Stamattina giro visite canonico. Persone che non si rendono conto di dove sono, con tre o quattro persone incamiciate attorno che confabulano riguardo a cosa sparargli in vena e infilargli in vari orefizi. Gente in cui il problema è capire il perchè è ancora viva più che altro.
E poi lui, il malato particolare, un 50enne con immunodeficienza ricorrente. Ogni tanto il suo organismo non ha più armi per difendersi e non si capisce il perchè. Stamattina ci sorprende tutti mostrandosi alle analisi del sangue positivo al Bacillo di Koch.
Il signore ha la tubercolosi, prego allontanarsi tutti. Tutti tranne noi. Noi siamo fighi e abbiamo una missione, soprattutto siamo tutti stati vaccinati contro la TBC al primo anno di università. E allora mascherina e visita anche qui. Il problema è spiegargli perchè dovrà essere portato in isolamento in un altro ospedale, lo Spallanzani, centro per le malattie infettive d’Italia. Ogni tanto succede, quasi per caso, di vedere una malattia vecchio stile, da romanzo.
Il primo caso di peste, chiamatemi.
Sig. Tolleranza | 21 Marzo 2007, ore 15:57dagli all’untore!
cecil | 21 Marzo 2007, ore 18:03Ma allora le avventure del dottore “della casa” che passano in tv non sono poi così lontane dalla realtà! :O
hakai | 22 Marzo 2007, ore 0:34